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	<title>Latinoamericana</title>
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	<description>“non si possono costruire paradisi economici sopra inferni sociali”.</description>
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		<title>Latinoamericana</title>
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		<title>«La vostra democrazia è quella di Putin e Chavez»</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 07:48:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>latinoamericana</dc:creator>
				<category><![CDATA[La questione italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[intervista di Andrea Carugati a Daniel Cohn Bendit per l&#8217;Unità 21/09/09 Daniel Cohn Bendit arriva alla festa napoletana di Sinistra e libertà accompagnato da quell’aria un po’ magica che circonda chi viene sonoramente premiato dalle urne. Così è stato in Francia per la sua Europe ecologie alle europee di giugno, 16,3%, terzo partito e una [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=latinoamericana.wordpress.com&amp;blog=9035994&amp;post=157&amp;subd=latinoamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="line-height:12pt;margin:0 0 7.5pt;"><em>intervista di Andrea Carugati a Daniel Cohn Bendit per l&#8217;Unità 21/09/09</em></p>
<p style="line-height:12pt;margin:0 0 7.5pt;">
<p style="line-height:12pt;margin:0 0 7.5pt;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;color:black;">Daniel Cohn Bendit arriva alla festa napoletana di Sinistra e libertà accompagnato da quell’aria un po’ magica che circonda chi viene sonoramente premiato dalle urne. Così è stato in Francia per la sua Europe ecologie alle europee di giugno, 16,3%, terzo partito e una golden share sul futuro dell’opposizione a Sarkozy. Seduto su una panca sotto il tendone del ristorante, gessato grigio e camicia viola, il famoso ciuffo rosso un po’ imbiancato, parla dell’Italia con uno strano mix di passione e disincanto, che sfiora a volte lo sfottò. «Da voi è in corso una trasformazione della democrazia verso un modello extrademocratico, Berlusconi si inserisce in una triade con Putin e Chavez: giocano con la società, la mobilitano, controllano i media. Mi chiedo spesso se il caso italiano sarà un modello per l’Europa o se resterà un’eccezione ».<br />
<strong><br />
<strong><span style="font-family:Verdana;">Già in passato l’Italia è stata pioniera di sistemi politici non propriamente democratici&#8230;</span></strong> </strong><br />
«Sì, ma un confronto con i fascismi è impossibile, è assurdo paragonare Berlusconi a Mussolini. Non ci sono le prigioni per i dissidenti, lui ha il consenso della maggioranza e il centrosinistra ha semplicemente perso. Certo, controlla i media in modo diverso da tutti gli altri leader europei, ma questa non è una novità. Perché la sinistra italiana, quando era al governo, non ha fatto una legge per separare politica e media?».</p>
<p><strong><span style="font-family:Verdana;">Lei che spiegazione si dà?</span></strong><strong> </strong><br />
«D’Alema, Prodi, hanno pensato tutti di poter arrivare a un compromesso con Berlusconi, hanno pensato che fosse un problema minore, che si sarebbe risolto anche senza fare una nuova legge. È stato un errore molto grave, forse il peggiore ».<br />
<strong><br />
<strong><span style="font-family:Verdana;">Pensa che l’opposizione dovrebbe puntare sulla vicenda escort, sulla moralità di Berlusconi?</span></strong> </strong><br />
«È una vicenda importante ma non conta. Mi spiego: è chiaro che rivela un aspetto di ipocrisia del premier italiano, le visite al Papa e le serate con le escort, ma politicamentenon sarà decisiva, perché Berlusconi in questa storia esprime un carattere tipico del maschio italiano. E a tanta gente di questa storia frega pochissimo ».<br />
<strong><br />
<strong><span style="font-family:Verdana;">Se fosse successo al presidente francese?</span></strong> </strong><br />
«Impensabile, un leader francese non avrebbe potuto restare al suo posto in quella situazione. E poi Sarkozy non fa queste cose, al massimo divorzia e cambia moglie&#8230; sono comportamenti più adatti a un leader russo, o sudamericano&#8230;». <strong></p>
<p><strong><span style="font-family:Verdana;">Se lei fosse un leader della sinistra italiana cosa farebbe per battere Berlusconi?</span></strong></strong><br />
«Metterei da parte tutte le ideologie del secolo scorso. Berlusconi è un fenomeno strano ma appartiene al presente, mentre le risposte della sinistra italiana sono di ieri. Con questa crisi, che è economica, finanziaria, ma anche ecologica, non bastano le vecchie risposte socialdemocratiche, di classe. Bisogna immaginare una trasformazione del sistema di produzione e di consumo, che non è la vecchia rivoluzione, e neppure l’idea della redistribuzione».</p>
<p><strong><span style="font-family:Verdana;">Pensa che l’elettorato italiano sia così sensibile alla questione ecologica?</span></strong><strong> </strong><br />
«Non lo so, ma il punto è che tu devi avere una posizione chiara, devi dire la verità alla gente sul riscaldamento globale, non puoi solo rincorrere gli elettori».<br />
<strong><br />
<strong><span style="font-family:Verdana;">Come valuta questa nuova formazione, Sinistra e libertà?</span></strong> </strong><br />
«Non credo molto in un nuovo rassemblement a sinistra. Il nostro movimento, Europe ecologie, è più trasversale, arriva fino al centro, non mi pare che riunirsi a sinistra sia un tema dell&#8217;oggi».<br />
<strong><br />
<strong><span style="font-family:Verdana;">E il Pd?</span></strong> </strong><br />
«Lo vedo dentro la crisi delle socialdemocrazie europee, nonostante la sua pretesa diversità. C’è un impianto tradizionale che è superato, e che in fondo è lo stesso delle sinistre radicali, con tutte le sfumature del caso. Se devi andare avanti con questo modello di produzione e di consumo, la destra è più forte. A noi tocca dire che così non si può più andare avanti: è difficile, perché la gente è spaventata, ma tocca a noi dimostrare che cambiando si può vivere meglio ».</p>
<p><strong><span style="font-family:Verdana;">Che leader vede per la sinistra italiana?</span></strong><strong> </strong><br />
«Bersani e Vendola rappresentano entrambi la vecchia socialdemocrazia. Vendola è più radicale e moderno, mal’hardware è lo stesso ed è vecchio. Io penso che un Obama italiano possa venire fuori solo se cambierà la mentalità, se in Italia capiranno la centralità della questione ambientale ».<br />
<strong><br />
<strong><span style="font-family:Verdana;">Il messaggio è chiaro. Ecologia a parte, nessuna speranza per una riscossa dell’opposizione in Italia?</span></strong> </strong><br />
«Allo stato attuale l’alternativa più ragionevole a Berlusconi è Fini, l’unico in grado realisticamente di riequilibrare la democrazia italiana. Se guardo al suo passato mi sembra incredibile, eppure è l’unico in grado di mettere davvero in difficoltà Berlusconi, molto più di D’Alema. La vera novità italiana è questa contraddizione dentro il Pdl».</span></p>
<p style="line-height:12pt;margin:0 0 7.5pt;">
<p style="line-height:12pt;margin:0 0 7.5pt;">
<p style="line-height:12pt;margin:0 0 7.5pt;"><span style="font-size:10pt;font-family:Verdana;color:black;"><em>fonti: intervista di Andrea Carugati a Daniel Cohn Bendit per l&#8217;Unità 21/09/09</em></span></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/latinoamericana.wordpress.com/157/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/latinoamericana.wordpress.com/157/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/latinoamericana.wordpress.com/157/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/latinoamericana.wordpress.com/157/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/latinoamericana.wordpress.com/157/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/latinoamericana.wordpress.com/157/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/latinoamericana.wordpress.com/157/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/latinoamericana.wordpress.com/157/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/latinoamericana.wordpress.com/157/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/latinoamericana.wordpress.com/157/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/latinoamericana.wordpress.com/157/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/latinoamericana.wordpress.com/157/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/latinoamericana.wordpress.com/157/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/latinoamericana.wordpress.com/157/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=latinoamericana.wordpress.com&amp;blog=9035994&amp;post=157&amp;subd=latinoamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Honduras, rientrato il presidente deposto &#8220;Veniamo a dialogare e in pace&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2009 22:34:30 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>TEGUCIGALPA</strong> &#8211; Manuel Zelaya, il presidente honduregno deposto tre mesi fa con un colpo di stato, è tornato in patria nonostante il mandato d&#8217;arresto spiccato dal nuovo governo nei suoi confronti. Per ore si sono susseguite notizie contrastanti e smentite. Poi è stato chiaro che l&#8217;ex leader era effettivamente a Tegucigalpa, nella sede dell&#8217;ambasciata brasiliana: la conferma è arrivata dal ministero degli Esteri di Brasilia e dalla stessa sede diplomatica. E qualche ora dopo l&#8217;esecutivo insediatosi dopo il golpe, guidato da Roberto Micheletti, ha imposto il coprifuoco dalle 16 alle 6 &#8220;per mantenere la calma in tutto il Paese&#8221;. Una decisione giunta mentre migliaia di sostenitori di Zelaya circondavano l&#8217;ambasciata brasiliana sotto gli occhi di un centinaio di agenti in assetto antisommossa. <br style="margin:0;padding:0;" /><br style="margin:0;padding:0;" />&#8220;Veniamo a dialogare e in pace&#8221;, ha successivamente assicurato Zelaya, in un&#8217;intervista alla Cnn da Tegucigalpa. Il presidente destituito ha d&#8217;altra parte sottolineato di &#8220;non aver ancora contattato i ministri&#8221; del governo de facto di Roberto Micheletti. &#8220;Il dialogo è un processo, ora riceverò i rappresentanti della resistenza&#8221;, ha aggiunto, precisando di aver già sentito alcuni presidenti latinoamericani e che presto parlerà con il capo dello Stato brasiliano, Lula. Il presidente deposto honduregno ha inoltre annunciato che domani arriverà a Tegucigalpa il segretario generale dell&#8217;Organizzazione degli stati americani, Josè Miguel Insulza.</p>
<p>Nel precisare di voler &#8220;contribuire in modo pacifico&#8221; al ritorno della democrazia in Honduras, Zelaya ha ricordato le elezioni in programma il 29 novembre nello stato centroamericano: &#8220;Siamo stati proprio noi a convocare le elezioni, poi c&#8217;è stato il golpe. Tutti i miei ministri hanno ordini di cattura, io ne ho 27. Mi domando però come si potrà andare alle elezioni con trasparenza in queste condizioni, con la repressione in atto contro molti settori del paese&#8221;. <br style="margin:0;padding:0;" /><br style="margin:0;padding:0;" />La notizia del rientro di Zelaya era stata data dal leader venezuelano Hugo Chavez e da mezzi di informazione vicini all&#8217;ex capo di Stato, secondo i quali l&#8217;ex capo dello Stato si trovava nella sede dell&#8217;Onu nella capitale Tegucigalpa. Poco dopo erano arrivate le smentite del presidente de facto Roberto Micheletti, che aveva parlato di &#8220;terrorismo mediatico&#8221; e della portavoce delle Nazioni Unite in Honduras Ana Elsy Mendoza. Successivamente la moglie di Zelaya, Xiomara Castro, aveva detto che il marito era nell&#8217;ambasciata brasiliana. Quindi era arrivata la conferma delle autorità di Brasilia che auspicano una nuova fase negoziale. <br style="margin:0;padding:0;" /><br style="margin:0;padding:0;" />Già una volta Zelaya aveva rimesso piede entro i confini honduregni, tornando però velocemente sui suoi passi mentre la polizia sparava lacrimogeni contro i suoi sostenitori. Il presidente deposto dovrebbe parlare all&#8217;Onu dopodomani in rappresentanza del suo Paese.</p>
<p><em>fonti: La Repubblica 21/09/08</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/latinoamericana.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/latinoamericana.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/latinoamericana.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/latinoamericana.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/latinoamericana.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/latinoamericana.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/latinoamericana.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/latinoamericana.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/latinoamericana.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/latinoamericana.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/latinoamericana.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/latinoamericana.wordpress.com/152/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/latinoamericana.wordpress.com/152/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/latinoamericana.wordpress.com/152/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=latinoamericana.wordpress.com&amp;blog=9035994&amp;post=152&amp;subd=latinoamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Le contraddizioni del leader sudamericano: Chávez, l’inviato dell’Asse del male</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Sep 2009 17:17:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nei suoi recenti viaggi il presidente venezuelano ha toccato paesi e argomenti lontani tra loro: dall&#8217;alleanza con Ahmadinejad al nuovo asse comprendente Venezuela, Russia, Siria, Bielorussia, Iran ma anche Spagna e Italia, dimostrandosi così il grande punto di congiunzione tra questi argomenti apparentemente inconciliabili.Oltre a Libia, Algeria, Siria, Iran, Bielorussia, Russia e Spagna Chávez ha [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=latinoamericana.wordpress.com&amp;blog=9035994&amp;post=139&amp;subd=latinoamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei suoi recenti viaggi il presidente venezuelano ha toccato paesi e argomenti lontani tra loro: dall&#8217;alleanza con Ahmadinejad al nuovo asse comprendente Venezuela, Russia, Siria, Bielorussia, Iran ma anche Spagna e Italia, dimostrandosi così il grande punto di congiunzione tra questi argomenti apparentemente inconciliabili.Oltre a Libia, Algeria, Siria, Iran, Bielorussia, Russia e Spagna Chávez ha trovato il tempo per recarsi anche al Festival Cinematografico di Venezia, nel corso del suo ultimo tour. Ha presenziato alla presentazione del documentario su di lui girato dal regista americano Oliver Stone, e nell’occasione è stato plebiscitato dal pubblico del Lido.</p>
<p>Qualche giorno dopo nello stesso Festival sono stati presentati film iraniani, che invece erano critici verso quel regime di Ahmadinejad che con Chávez ha siglato un’alleanza strategica “tra due rivoluzioni”, prima ancora che tra due Stati: quasi come al tempo dell’Asse Roma-Berlino. E sono stati applauditi anche loro: in pratica, dallo stesso pubblico che aveva acclamato Chávez.<br />
Subito dopo Chávez si è recato a Mosca, dove ha detto di “portare i saluti dell’Asse del Male”. Scherzando, ma non troppo. Lì ha pure acquistato armi in quantità, tra cui missili. Ha riconosciuto le repubbliche secessioniste dalla Georgia e filo-russe di Ossezia del Sud e Abkhazia. Ed ha propugnato la costruzione di “un nuovo mondo multipolare” attorno a un asse Venezuela-Siria-Iran-Bileorussia-Italia-Russia. Sì: anche l’Italia!<br />
Ma la stessa Russia che gli ha fornito le armi, nonché i crediti per comprarle, ha poi manifestato preoccupazione per l’evoluzione del governo di Teheran in materia di negoziato nucleare. Di nuovo, in apparente contraddizione con l’asse di ferro tra Venezuela e Iran.<br />
Nell’ultima tappa Chávez ha toccato la Spagna, dove sono apparentemente stati superati i residui strascichi dello scontro con re Juan Carlos: il famoso “¿porqué no te callas?”. E la Repsol, società petrolifera spagnola, ha annunciato la scoperta di nuovi immensi giacimenti dalla propria joint-venture in Venezuela.<br />
Dulcis in fundo, in una sconcertante contemporanea da Andorra è stato annunciato il sequestro di 62 conti correnti segreti appartenenti a personaggi dello stretto entourage chavista: anche parenti del presidente. Partito da una precisa richiesta del Dipartimento al Tesoro di Washington, il provvedimento si basava su un duplice ordine di accuse: riciclaggio di denaro sporco; possibile finanziamento di gruppi come Hezbollah, Hamas, Farc o Eta.<br />
Tante cose assieme, e anche contraddittorie. Riassumendo.</p>
<ol>
<li>L’Asse      del Male, che sarebbe poi al di là dell’etichetta spregiativa un assieme      di regimi (Iran, Libia, Siria, Venezuela, Corea del Nord, Cuba, Birmania,      Sudan, Bielorussia) o movimenti con controllo territoriale (Hezbollah,      Hamas) con ideologie estremamente diverse: marxista-leninista, “socialista      del XXI secolo”, islamista sciita, islamista sunnita, post-sovietica,      baathista, gheddafiana, autoritaria. Ma tutti in polemica col modello di      Nuovo Ordine Mondiale imperniato sugli Stati Uniti; con modelli      istituzionali, politici e economici gravemente devianti rispetto      all’ortodossia liberaldemocratica; e di dimensioni geopolitiche e geoeconomiche      tali da poter essere marginalizzati rispetto ai grandi club della politica      internazionale (G8, G20, Consiglio di Sicurezza, eccetera).</li>
<li>Il      Bric (Brasile-Russia-India-Cina), che sarebbe un gruppo di Paesi a volte      (Cina e Russia) devianti rispetto alla già citata ortodossia      liberal-democratica; a volte (Brasile, India) no. Ma comunque variamente      in polemica con il Nuovo Ordine Mondiale a guida Usa: India e Brasile      vogliono essere infatti ammessi come membri permanenti al Consiglio di      Sicurezza; Cina e Russia non accettano l’”egemonismo” Usa e meno ancora      l’esportazione della democrazia; e un po’ tutti hanno con gli Usa contenziosi      di natura commerciale. I quattro Paesi Bric a differenza di quelli      dell’Asse del Male non sono però outsider, proprio per le loro dimensioni.      Così Cina e Russia stanno nel Consiglio di Sicurezza come membri      permanenti, la Russia anche nel G8, e tutti e quattro nel G20.</li>
<li>I      governi di sinistra latino-americani. Con l’ultimo voto a Panama, i      rivolgimenti in Honduras e i recenti turni amministrativi è iniziato un      riflusso a destra che potrebbe presto coinvolgere Cile, Uruguay, Argentina      e forse anche il Brasile, ma intanto il precedente risultato in El      Salvador aveva portato al punto di espansione massimo quella che è stata      definita “l’ondata a sinistra latino-americana”, e che comprende al      momento i governi di Guatemala, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica,      Repubblica Dominicana, Venezuela, Brasile, Uruguay, Paraguay, Ecuador,      Perù, Bolivia, Cile e Argentina, oltre al regime non elettivo di Cuba,      anche se nel gruppo si possono poi distinguere vari sottoinsiemi. C’è      infatti un asse “chavista” che comprende il Venezuela, col regime di      Chávez che sta fortemente riducendo i limiti di pluralismo, e i governi di      Bolivia, Ecuador e Nicaragua: anch’essi impegnati su un cammino di      progressiva radicalizzazione, anche se lì i margini della democrazia      liberale sono ancora sostanzialmente rispettati. C’è poi un asse      “lulista”, che è variamente alleato con Chávez in campo internazionale, ma      senza velleità di radicalismo all’interno: Brasile, Argentina, Uruguay,      Paraguay, Guatemala, El Salvador (anche se qualche velleità autoritaria fa      capolino in Argentina e Guatemala). E ci sono governi di sinistra o      centro-sinistra, ma variamente critici e addirittura confrontati con      Chávez, come quelli di Cile, Perù, Costa Rica o Repubblica Dominicana.</li>
<li>L’opinione      pubblica definita “no global” in Occidente, di cui sono appunto un punto      di riferimento intellettuali come Oliver Stone, Noam Chomsky, Michael      Moore o Naomi Klein.</li>
<li>Movimenti      armati come le Farc o l’Eta: almeno con questi due e almeno a livello      politico, i contatti del regime bolivariano sono stati pubblicamente      dichiarati.</li>
<li>Le      multinazionali interessate a fare affari con il Venezuela.</li>
<li> Paesi come Italia o Spagna che hanno in      Venezuela forti comunità di cittadini da tutelare, consistenti interessi      economici da coltivare e anche velleità di manovra per migliorare uno      status non eccelso: l’Italia sta nel G8 e nel G20, ma è stata esclusa da      ogni ipotesi di allargamento del Consiglio di Sicurezza ed è rimasta pure      fuori dal G5+1 per la questione nucleare iraniana, pur essendo il primo      partner economico europeo di Teheran; la Spagna non sta né nel G8 e né nel      G20.</li>
</ol>
<p>A parte la tenuta del suo modello di crescita economica nel lungo e anche medio periodo, su cui in molti hanno dubbi ai quali si potrebbe però obiettare un pregiudizio ideologico, il principale handicap di Chávez è certamente uno stile molto personale. Un esempio su tutti, quando col famoso discorso della Presidenza Onu che “odorava di zolfo” compromise la possibilità del Venezuela di essere eletto al Consiglio di Sicurezza. Questo stesso stile personale, però, ha una componente di vorticoso virtuosismo che gli permette di tenere assieme le già citate cose in teoria inconciliabili. In pratica, è lui il grande punto di congiunzione che permette a questi svariati elementi di contrapposizione al Nuovo Ordine Mondiale a guida Usa di fare in qualche modo sistema. È per questo che Hugo Rafael Chávez Frías è uno dei grandi protagonisti della politica internazionale.</p>
<p><em>autore: Maurizio Stefanini per Limes, rivista di geopolitica 15/09/08</em></p>
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		<title>Invasioni: quattro casi esemplari nell’Area Metropolitana di Caracas</title>
		<link>http://latinoamericana.wordpress.com/2009/09/11/invasioni-quattro-casi-esemplari-nell%e2%80%99area-metropolitana-di-caracas/</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 21:29:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>latinoamericana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Architettura Venezuela]]></category>
		<category><![CDATA[barrio]]></category>
		<category><![CDATA[Caracas]]></category>
		<category><![CDATA[Chavez]]></category>
		<category><![CDATA[invasioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sudamerica]]></category>
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		<description><![CDATA[Barrio Carapita, ubicato nella parroquia Antìmano, i quali terreni sono di proprietà privata e sono attualmente in disputa. In questo barrio esistono approssimatamente 4000 abitazioni e tuttavia non ha elettricità in maniera stabile e continua. Questo succede perché il proprietario del terreno non ha tutte le carte di proprietà in regola, in particolare la Società [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=latinoamericana.wordpress.com&amp;blog=9035994&amp;post=132&amp;subd=latinoamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<ol>
<li><em>Barrio      Carapita,</em> ubicato nella parroquia Antìmano, i quali terreni sono di      proprietà privata e sono attualmente in disputa. In questo <em>barrio</em> esistono approssimatamente      4000 abitazioni e tuttavia non ha elettricità in maniera stabile e      continua. Questo succede perché il proprietario del terreno non ha tutte      le carte di proprietà in regola, in particolare la Società Elettrica di      Caracas, realizza gli allacci solo dopo che il proprietario abbia ottenuto      il <em>“derecho de servidumbre”</em> ,      senza questo non vi sono possibilità legali per le quali possa la zona      essere servita dalla società. Per questo sono venti anni che il <em>barrio</em> si allaccia, con altissimi      rischi, alla fornitura di energia dalle zone adiacenti; nonostante siano      disposti a pagare il servizio, la situazione non è risolvibile.</li>
<li><em>Barrio      Colinas del Angel</em>, sector Lagunetica de Los Teques, con la spinta di      un alto funzionario del Consiglio Comunale, dopo il primo sgombero      forzato, 180 famiglie invasero questi terreni, di proprietà privata, nel      1983. Durante i primi sei mesi, non si fece vivo nessun proprietario, per      cui il Consiglio Comunale promise di dotare il <em>barrio</em> delle reti dei servizi minimi, di viabilità, acquedotto      e un asilo nido. All’apparire di uno dei proprietari, questi inoltrò una      domanda contro il pubblico organismo. Di fonte alla impossibilità di      trovare accordi, fra le famiglie di invasori e il proprietario, il      Consiglio Comunale si esime delle sue responsabilità e di conseguenza, le      varie migliorie rimangono solo una promessa. Gli abitanti del luogo non si      sono dati per vinti e hanno provvisto da soli ad una sistemazione dei      servizi in via precaria, costruendo: campo di calcio, piazza, un<em> rancho</em> che verrà adibito ad asilo      nido, vie veicolari, allaccio elettrico e scalinate.</li>
<li><em>Barrio      Carpintero</em>, a Petare, anche questo si è stabilizzato su un terreno di      proprietà privata, però con una particolarità nel rapporto con il      proprietario della terra. Questi con in mente un futuro piano di      urbanizzazione, organizzò il terreno in lotti e un tracciato per la      viabilità veicolare; all’essere invaso il proprietario solo pretende che      ciascuno compri la particella che ha occupato, e gli abitanti hanno      risposto positivamente benché lo Stato, tuttora non ha provvisto tutte le      abitazioni delle reti minime necessarie.</li>
<li><em>Barrio Santa      Cruz, </em>en Las Adjuntas, parroquia Maracao, è un caso distinto, perché      il <em>barrio</em> è ubicato su terreni      pubblici (le famiglie che vivono lì, hanno segnalato che il proprietario      del terreno è l’Inavi). Si pensava che, vista la natura giuridica del      terreno, le famiglie potessero ottenere più facilmente l’allaccio alla      rete e risolvere prima che in altre situazioni, la possessione della      terra; invece solo 13 anni dopo sono iniziati i primi lavori per lo      scarico, l’acqua e la luce, ma grazie ai frutti di una politica globale di      sviluppo sostenibile dei<em> barrios</em> adottata dal Governo attraverso gli enti Banco Obrero e Inavi.</li>
</ol>
<ul>
<li>nel primo caso, il <em>barrio</em> occupa terreni dove non c’è chiarezza rispetto alla      tradizione giuridica e sembrerebbe essere più difficile risolvere il      problema della sistemazione del terreno.</li>
<li>nel secondo caso, l’occupazione del terreno contò      sull’appoggio di funzionari pubblici (incluso, uno di questi era un alto      funzionario); nonostante tutto, nel momento che appare il proprietario,      tutte le possibilità che il Consiglio Comunale ha per equipaggiare e      sistemare il <em>barrio</em>, vengono      paralizzate.</li>
<li>nel terzo caso, incontriamo una situazione risolta      a metà, nella quale il proprietario ha deciso di vendere le parcelle, però      senza urbanizzazione e senza tenere i permessi richiesti.</li>
<li>nell’ultimo caso, abbiamo un<em> barrio</em> che sta occupando terreno pubblico da più di venti      anni, ma lo Stato non ha prodotto nessun progetto di regolarizzazione      della terra.</li>
</ul>
<p>In tutti i <em>barrios</em>, lo Stato è intervenuto più attraverso la pressione esercitata per la popolazione degli invasori, per incorporare in determinati momenti alcuni servizi, una specie di semiurbanizzazione, una dotazione senza previsione, che però non hanno dato ai <em>barrios</em> le condizioni minime di urbanizzazione.</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>autore: Latinoamericana</em></p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>fonti: T. Bolìvar, A.C. Sarli, T. Hernàndez, Barrios y propriedad de la tierra. Una discuciòn, Universidad Central de Caracas, Fundacomun, Caracas 1997</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/latinoamericana.wordpress.com/132/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/latinoamericana.wordpress.com/132/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/latinoamericana.wordpress.com/132/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/latinoamericana.wordpress.com/132/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/latinoamericana.wordpress.com/132/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/latinoamericana.wordpress.com/132/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/latinoamericana.wordpress.com/132/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/latinoamericana.wordpress.com/132/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/latinoamericana.wordpress.com/132/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/latinoamericana.wordpress.com/132/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/latinoamericana.wordpress.com/132/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/latinoamericana.wordpress.com/132/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/latinoamericana.wordpress.com/132/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/latinoamericana.wordpress.com/132/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=latinoamericana.wordpress.com&amp;blog=9035994&amp;post=132&amp;subd=latinoamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>Venezuela sprofonda: la “Ley de Tierra Urbanas” incrementerà le invasioni.</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 21:24:04 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Architettura Venezuela]]></category>
		<category><![CDATA[barrio]]></category>
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		<category><![CDATA[Sudamerica]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>La<em> Ley Especial de Tierras Urbanas </em>(Legge speciale sui terreni urbani) sta aspettando il visto definitivo di Hugo Chávez per essere promulgata. L’argomento che il Governo ha usato per approvare lo strumento legale è stato “attaccare il latifondo e promuovere la costruzione di abitazioni in terreni che sono in disuso” all’interno delle città. Senza dubbio i vari proprietari, avvocati, urbanisti e costruttori, si sono accorti di come la legislazione ponga lo Stato come principale proprietario terriero e trasformi la città in un gran latifondo.</p>
<p>Jorge Rodriguez, sindaco di Libertador, e Jaqueline Farìa, capo del governo del <em>Distrito Capital</em> (nd Caracas), menzionano una lista di terreni nella quale potrebbe applicarsi la legge. Anche se fin’ora non è stato detto dove sono e quali sono. In ogni caso, il testo legale stabilisce che chi esegue la negoziazione degli spazi è il Ministero delle Opere Pubbliche e Abitazioni, cioè è materia di Diosdado Cabello. Due dei lotti più grandi della città di Caracas, appartengono però allo Stato: <em>Fuerte Tiuna</em> e <em>La Carlota</em>; poi vi sono altre proprietà, ma più ristrette, nella Avenida Bolívar e nell’Av. Lecuna.</p>
<p>Il Direttivo della Associazione dei Proprietari di Immobili Urbani (APIUR) ha fatto presente le proprie obiezioni riguardo la legge. Considerando che viola il diritto della proprietà privata per dare preferenza allo Stato nell’acquisto di qualsiasi terra, in più elimina la dichiarazione di pubblica utilità che prima era stabilita dagli organi legislativi, previa approvazione di un presupposto per indennizzare il proprietario.</p>
<p>“Il Governo paga e ci guadagna, attacca i principi del giusto prezzo nella espropriazione. Il valore della terra lo stabilisce l’Esecutivo e la legislazione contempla che le comunità possano occupare il terreno prima che venga cancellato. Il procedimento di appropriazione indebita tarda poco più di un mese e viola la Costituzione”, spiega Roberto Orta, dell’APIUR.</p>
<p>Per Francisco Neri, presidente della Camera degli Immobili del Venezuela, la legge viola la costituzionalità perché nessuno potrà disporre di un terreno senza che prima sia stato offerto allo Stato, allerta: “Loro fissano il prezzo che gli conviene. Questa legge deve interessare a tutti”.</p>
<p>Zulma Bolívar, presidentessa dell’Istituto Metropolitano di Urbanismo, pone l’accento sulla necessità di revisionare le leggi che già esistono. “Con la nuova legge si disconosce l’ordinamento vigente; già esiste una Legge Organica di Ordinamento Urbanistico, incaricata di pianificare le città. Perché, quindi, non portiamo a termine i piani di sviluppo urbani locali?”. Per l’urbanista, la legislazione rappresenta un attacco contro il patrimonio, dopodiché può dare il passo alla espropriazione di edificazioni con valore storico e architettonico. “Che destino aspetta ai proprietari nel centro di <em>La Pastora</em>? molte di quelle abitazioni hanno più di 60 anni; in Caracas non ci sono spazi in bianco, vuoti, perché ognuno tiene una sua zonificazione, però non siamo stati capaci di rispettarne le destinazioni, e per questo ora abbiamo ad esempio piazze occupate permanentemente da mercati”.</p>
<p>Bolívar allerta che, nella legge non coinvolge i vari municipi o il <em>Distrito Metropolitano</em>, che hanno la potestà del controllo urbano e per di più sono loro, che attraverso le ordinanze e le leggi, stabiliscono l’uso del terreno e le variabili urbane. Alberto Baumeister, avvocato, ex magistrato e professore universitario, considera grave che la legge lasci all’iniziativa della comunità la custodia o la denuncia di terreni non edificati.” I consigli comunali non hanno la competenza ne la capacità di determinare l’ordinamento urbano”. L’avvocato avverte che la legislazione incrementerà le invasioni e si verrà a creare un meccanismo perverso per burlare la legge di espropriazione, e i proprietari terrieri non avranno la garanzia di essere indennizzati. A suo giudizio rappresenta anche una minaccia agli spazi verdi della città.</p>
<p>Baumeister e Bolívar convergono sul fatto che lo Stato ha dimostrato la sua incapacità nella costruzione di abitazioni, dimenticando che lo sviluppo dei progetti abitativi del servizio pubblico deve guidare anche la promozione di servizi pubblici, fonti di impiego, centri di salute e di ricreazione. Roman Duque Corredor, presidente dell’Accademia di Scienze Politiche e Sociali, considera che le legge usurpa la autonomia municipale e colloca lo Stato come unico ente che costruisce. “Il gran proprietario terriero e la città è il suo latifondo” conclude Zulma Bolívar.</p>
<p><em>autore: Latinoamericana</em></p>
<p><em>Fonti: El Universal, Caracas.</em></p>
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		<title>PROGRAMMA FAVELA-BAIRRO</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 19:31:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>latinoamericana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Architettura Brasile]]></category>
		<category><![CDATA[barrio]]></category>
		<category><![CDATA[Brasile]]></category>
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		<description><![CDATA[Porto Alegre ha scelto la via della «sostenibilità politica e sociale»: rafforzare l&#8217;autonomia finanziaria del Comune e ricostruire i cittadini come soggetti politici attivi. Altre città in Brasile preferiscono partire dal territorio, ri-costruendo le parti di città «auto costruite». A Rio compie sette anni il Programma FavelaBairro, avviato nel &#8217;94 per sperimentare l&#8217;urbanizzazione e l&#8217;integrazione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=latinoamericana.wordpress.com&amp;blog=9035994&amp;post=125&amp;subd=latinoamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Porto Alegre ha scelto la via della «sostenibilità politica e sociale»: rafforzare l&#8217;autonomia finanziaria del Comune e ricostruire i cittadini come soggetti politici attivi. Altre città in Brasile preferiscono partire dal territorio, ri-costruendo le parti di città «auto costruite». A Rio compie sette anni il Programma FavelaBairro, avviato nel &#8217;94 per sperimentare l&#8217;urbanizzazione e l&#8217;integrazione di alcune favelas e oggi esteso a 155 insediamenti spontanei, che più o meno direttamente riguardano la vita di 700 mila persone, i tre quinti degli abitanti «informali» della metropoli.<br />
Questo programma ha una storia. Nel 1964, l&#8217;avvento della dittatura e gli aiuti degli Usa tentarono di sradicare quei «potenziali covi di crimine e ideologia marxista» che erano le baraccopoli. Si iniziò un massiccio programma di defavelamento delle aree più propizie alla speculazione urbana e di esportazione della marginalità in anonime periferie ricostruite secondo criteri igienisti e di massimo controllo. Si erano così compromessi una serie di interessanti programmi promossi dalla Chiesa locale e dal Comune di Rio, noti col nome di Cruzada S. Sebastião, che tra il &#8217;55 e il &#8217;60 avevano scelto di urbanizzare dodici favelas e realizzare addirittura il primo re-insediamento locale della storia brasiliana, ossia sulla spiaggia di Pinto.</p>
<p>Trent&#8217;anni dopo, il Comune di Rio ha proposto un insieme di interventi per riassorbire l&#8217;ormai dilagante città spontanea. L&#8217;obiettivo era sanare un deficit di diritti sociali molto alto [nel '90 solo il 60 per cento degli alloggi era servito di acqua e il 20 di fogne, e appena il 3,7 possedeva un titolo di proprietà legittimo] senza però intervenire su quelli civili e politici, che sono gli ostacoli all&#8217;integrazione in una &#8216;città scarsa&#8217; come l&#8217;ha definita un&#8217;arguta metafora di Maria Alice de Carvalho, autrice nel &#8217;95 del libro <em>Cidade escassa e violência urbana</em>.<br />
Nel &#8217;94 fu così concepito il programma FavelaBairro, che con l&#8217;ausilio di governo federale, Unione europea e Banca interamericana di sviluppo [Bid] doveva dare quella continuità di intervento nella città auto costruita che non erano stati in grado di delineare il Programma Quinquennale di Urbanizzazione delle Favelas e il Piano Regolatore del &#8217;92, dove si era sostenuta la necessità di trasformare le favelas in quartieri popolari preservando la tipicità dell&#8217;occupazione locale, capovolgendo quindi il Regolamento Edilizio del 1937 che riteneva le favelas una forma illegale di alloggio che non doveva neppure risultare sulla mappa della città.</p>
<p>Nel &#8217;93, il «Gruppo esecutivo degli insediamenti popolari» favorì la creazione dell&#8217;Assessorato alla casa, con l&#8217;idea che rimuovere favelas non è solo una violenza, ma uno spreco che distrugge l&#8217;investimento di generazioni. Il FavelaBairro nacque così per costruire o completare la struttura urbana principale e «democratizzare gli accessi» ad alcune favelas. Nel &#8217;94, fu indetto un concorso di idee per individuare strategie e proposte di intervento innovative, e selezionare collaboratori che contribuissero allo svecchiamento della burocrazia comunale. Il resto è storia recente. Ed è dapprima la storia di quaranta favelas di media dimensione [40 per cento del totale, con popolazione tra le duemila e le 10 mila persone], che hanno visto riconosciuti i nomi di vie e piazze dati dagli abitanti ed anche molte attività economiche autoprodotte informalmente, oltre alla costruzione di scalinate, strade, scuole, luoghi di incontro e culto, spazi verdi e sportivi.</p>
<p>Mettendo da parte temporaneamente le quindici favelas maggiori e i 350 nuclei minori [ignorati da tutte le statistiche nazionali] il Comune ha scelto luoghi dove fosse possibile «chiudere con successo il processo di urbanizzazione». In queste aree, il FavelaBairro è intervenuto solo sul 5 per cento degli alloggi privati, per attuare demolizioni e diradamenti e rialloggiarne gli abitanti. Per il resto, ha mirato soprattutto a recuperare aree ed attrezzature pubbliche, minimizzando i costi e facendo tesoro di quanto realizzato o realizzabile direttamente dalla popolazione. L&#8217;Assessorato alla casa ha anche stabilito meccanismi di microcredito, perché i cittadini ristrutturino, consolidino e registrino i loro alloggi, ottenendo cofinanziamenti parte a fondo perduto e parte da restituire per poterne ottenere di nuovi.</p>
<p>Certo, il limite di spesa di 3.500/4.000 reais [1 euro sono 2 reais] per ogni residenza ha indebolito il programma. L&#8217;Amministrazione ha puntato su un ibrido che poteva essere esibito come fiore all&#8217;occhiello dei programmi abitativi, senza però l&#8217;impegno che avrebbero meritato. «Eppure come osserva Pablo Benetti, docente universitario impegnato in molte favelas &#8211; il trattare l&#8217;abitazione come &#8216;sfondo&#8217; degli spazi pubblici resta una virtù, perché sono questi che stabiliscono la qualità delle relazioni fra i quartieri e caratterizzano di gran lunga le città, specie a Rio; e poi era un modo di riequilibrare con un contrappeso creativo decenni spesi a occuparsi di abitazione isolatamente».</p>
<p>Il contratto di 300 milioni di dollari con la Bid [120 dei quali di contropartita locale], rifinanziato nel marzo del 2000,  ha obbligato il Comune ad accordarsi con lo Stato per porre rimedio al cronico conflitto fra poteri che in passato aveva inficiato tanti interventi. Questo ha reso possibile arricchire il FavelaBairro di altri interventi nei settori sportivi, sanitari, scolastici, della microimpresa, dell&#8217;educazione all&#8217;ambiente, alla partecipazione e ai diritti di cittadinanza, che contribuiscono con feste e vivacità ad «accerchiare» ed espellere altrove la criminalità. Ma soprattutto, ha permesso di affidare all&#8217;Università un programma di monitoraggio sul livello di soddisfazione delle comunità e di perfezionamento delle capacità tecnico-professionali del personale pubblico coinvolto. Il Programma Favela-Bairro non ha escluso il professionismo privato, le università e i cooperanti stranieri dall&#8217;apportare idee all&#8217;intervento municipale sulla città informale. Ha così stimolato un dibattito largo e nuove professionalità, attente al «linguaggio spaziale» ideato dalla popolazione &#8216;informale&#8217;, per la prima volta coinvolta come «docente» o «cliente reale» degli studi di architettura. E i risultati si vedono oggi nelle soluzioni nuove, e talvolta geniali, con cui le favelas sono state ricucite ai quartieri vicini, creando spazi o edifici pubblici di &#8216;interfaccia&#8217;: colorati simboli urbani, porte di transizione e ingresso. Anche nelle imperfezioni, un indiscutibile passo avanti, a confronto del 1992, quando, in occasione del vertice Onu sull&#8217;ambiente, grandi pannelli nascondevano le favelas alla vista di chi attraversava la città. Una valorizzazione dell&#8217;immagine colorata e anarchica dell&#8217;informale come espressione di cultura popolare fatta di molteplicità e peculiarità di espressioni locali.</p>
<p>Oggi la partecipazione popolare è aggregata intorno alle strutture dell&#8217;Orientamento urbanistico e sociale [Pouso] e a distaccamenti in loco delle equipe di progettisti, che è servita a riequilibrare tendenze «idealizzanti» di alcuni architetti, come nell&#8217;insediamento per 250 famiglie del Complesso Nova Maré, un insieme ingegnoso e multicolore di abitazioni in mattoni con affacci plurimi, volumi sfalsati e gerarchie stradali complesse, che ottenne elogi accademici e il malumore [a causa della mancanza di privacy] da parte della popolazione. Oggi il programma è aperto e in crescita. Via via nuovi temi sono stati affrontati, come quello della disoccupazione, dello stimolo alla creazione di reddito, del riposo, della cultura. é accaduto che un programma «illuminato» è con il tempo cresciuto, e i suoi beneficiari se ne sono appropriati organizzandovi attorno la forza delle diverse comunità ed utilizzandolo per ampliare il ventaglio dei loro diritti. Il Programma, i cui primi interventi pilota sono quasi conclusi, ha due nuove costole: Bairrinho, nato nel giugno &#8217;97 per 39 favelas di dimensione minore di 500 abitazioni a beneficio di 55 mila persone [con fondi del governo federale, della Ue e della Ong italiana Come Noi, che l'ha proposto], e Grandes Favelas, che per ora segue cinque insediamenti con 83 mila abitanti. L&#8217;estensione del Programma lascia sperare in una rivitalizzazione della capacità di organizzazione politica delle favelas di Rio, che potrebbe avere un effetto «indiretto» sulla carenza di diritti civili e politici degli esclusi che il programma pura rete di interventi singoli &#8211; non può avere come obiettivo primario.</p>
<p>Ma cosa significa «favela»? La parola favela trae origine da un arbusto dai semi oleosi, frequente nel serto brasileiro del Nordeste, una sorta di gramigna invadente. L&#8217;uso non aveva in origine connotazioni spregiative: nasce infatti a Rio nel 1897, dalla baraccopoli costruita sulle colline della Provvidenza e di Santo Antonio dai soldati tornati da Canudos, una località del serto di Bahia sede di una ribellione sedata nel sangue dalle truppe federali. Richiama cioè la prima baraccopoli del Brasile [mitologica o reale poco importa] rimasta nell&#8217;immaginario collettivo: quella creata sul Morro da Favela nel comune di Monte Santo, un rilievo coperto di quel vegetale da cui, per abbreviazione, derivò poi il nome dato alla prima area di autocostruzione.<br />
Col tempo la parola ha assunto connotazioni spregiative, legando l&#8217;immagine dei quartieri autocostruiti a quella di una sorta di pianta infestante. Per questo, forse, oggi gli abitanti brasiliani della città informale preferiscono usare altre locuzioni: alcune molto creative e ironiche, come <em>subir ao morro o morrear </em>[che denota la diffusa caratteristica delle favelas di «scalare i colli» nel tentativo di sfruttare ogni area libera] o l&#8217;immaginifico <em>pipocar</em>, che suggerisce una visione del «proliferare come funghi» delle favelas facendo riferimento ad un vocabolo che descrive i salti del pop-corn nella padella.</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>autore:  Giovanni Allegretti</em></p>
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		<title>L’Italia cade nella trappola del grande dittatore Chávez: l’illusione del modello comunista.</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2009 18:44:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Più di un uomo di cultura, imprenditore e politico venezuelano ha messo in dubbio la democraticità dei metodi di governo del proprio presidente. Gli osservatori e i capi di Stato stranieri hanno sempre vigilato sulla questione venezuelana, perché il comandante Chávez, è una persona carismatica e pericolosamente influente, tantoché oltre ad applicare il modello di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=latinoamericana.wordpress.com&amp;blog=9035994&amp;post=104&amp;subd=latinoamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Più di un uomo di cultura, imprenditore e politico venezuelano ha messo in dubbio la democraticità dei metodi di governo del proprio presidente. Gli osservatori e i capi di Stato stranieri hanno sempre vigilato sulla questione venezuelana, perché il comandante Chávez, è una persona carismatica e pericolosamente influente, tantoché oltre ad applicare il modello di amministrazione socialista all’interno della propria nazione, ha creato una federazione continentale, l’ALBA, attraverso la quale influenza e per quanto può pilota la gran parte dei governi dell’intero Sudamerica. Ma siccome in Italia, siamo così ingenui da credere davvero che in ogni paese del mondo, l’esercizio del voto sia libero come in una qualsiasi nazione europea, per gli intellettuali, i politici e le testate dei maggiori periodici, è importante sottolineare come, durante i suoi dieci anni di governo, Hugo Chávez non abbia avuto timore di sottoporsi ripetutamente al vaglio dell&#8217;elettorato venezuelano che ne ha sempre avallato l&#8217;operato riconfermandolo nella propria carica di presidente della República Bolivariana de Venezuela. Questa ultima affermazione, è condizione necessaria e sufficiente per cui un governatore non possa essere chiamato “dittatore”?</p>
<p>Per alcuni sembra di sì, tanto che nessuno è rimasto scandalizzato, quando Hugo Chávez e Oliver Stone sono stati accolti nel tripudio di bandiere rosse da una ovazione trionfale, come una sceneggiata palesemente costruita, sul tappeto della mostra del cinema di Venezia. Che la pantomima dei due non ci svii dalla vera indecenza, cioè che la presenza stessa di Chávez è un’offesa alla morale e ai principi di questo paese dalla memoria corta.</p>
<p>Non sto scrivendo un romanzo che si nutre della linfa dei più sordidi sentimenti dell’animo umano, come il livore, la rivalsa o l’acredine; piuttosto è solo la cronaca della cruda realtà della vita dei venezuelani, di qualsiasi estrazione e reddito. Non esiste cronista <em>super partes</em>, io sono di quelli che per formazione e condotta morale, critica aspramente i delitti del sistema capitalistico e non crede alla favola del “libero mercato che si autoregola”, bensì vede di ottimo auspicio qualsiasi alternativa alla dittatura nordamericana dei rapporti economici. Nonostante ciò, non si può essere indulgenti verso la condotta di queste “alternative” economiche, quando portano al fracasso di un intero paese.</p>
<p>È noto come la rivoluzione socialista, sia un istinto naturale di sopravvivenza, l’ultimo fiotto di rabbia e di orgoglio contro l’egemonia e la prepotenza del colonialismo moderno. Come dice l’inno stesso, il Venezuela <em>que el yugo lanzò</em>, cioè gettò il giogo, della schiavitù economica<em> yankee</em> per ficcarsi in un baratro forse più oscuro. A cinquanta anni dalla rivoluzione di Fidel Castro, Camilo Cienfuegos e Ernesto “Che” Guevara, nasce spontanea la riflessione sul significato di quegli eventi, sul seguito che hanno avuto nel mondo e sulla realtà della vita nel modello socialista. Senza giustificazionismo e senza revisionismo. Senza che i vari Simòn de Beauvoir, Pasolini, Vittorini, Calvino, Neruda, Chomsky o Jean Paul Sartre, ci addolciscano la pillola.</p>
<p>Il comunismo è nato nel <em>background</em> della disumana condizione lavorativa delle novelle di Charles Dickens, poi si è sviluppato nelle sue versioni più distinte nelle varie Unione Sovietica, Cina e Cuba; fino a che la politica estera colonialistica e terroristica degli Stati Uniti ha distribuito involontariamente il fenomeno per tutto il continente sudamericano. A conferma di questa sensazione, non si può negare che grazie al suo fascino romantico, il movimento comunista rappresenti nell’immaginario collettivo l’arma del riscatto sociale e la guida dei popoli senza diritti.</p>
<p>Ora, a dieci anni dal legale insediamento di Hugo Chávez al <em>Palacio</em> <em>Miraflores</em> di Caracas, la storia ci restituisce la istantanea impietosa di un paese nel baratro della povertà e della violenza. Il fatto che il presidente di questo paese si faccia chiamare “comandante”, sottolinea quanto sia radicata la militarizzazione delle istituzioni e quando sia soave il passaggio quotidiano da democrazia a dittatura. Chávez è Mussolini. Come già ho affermato, non è corretto analizzare qualsiasi sistema politico, attraverso parallelismi fra differenti nazioni, perché la autodeterminazione è sempre sottomessa ai presupposti ideologici derivati dalla esperienza storica del suo popolo; oltreché è troppo facile, data la sua natura eterogenea, fare un parallelismo con il regime fascista, però questi regimi sono nati in silenzio, senza golpe, anzi legalmente, si può ricostruire la loro evoluzione sfogliando i periodici di tutti i giorni, come un paese cambia per sfumature quasi impercettibili. Seguiamo il ragionamento: Chávez siede in un parlamento dove è rappresentato un unico partito, che legifera a volontà senza intralci e minaccia attraverso lo squadrismo [vedi l’attacco dei motorizzati di Lina Ron a Globovisiòn, il linciaggio dei manifestanti contro la <em>Ley de Educaciòn</em> a San Cristóbal].</p>
<p>La politica del socialismo e il timore che qualcuno possa rovesciarlo, lo ha portato a nazionalizzare banche, imprese e petrolio, a confiscare i beni e a distruggere la classe media e borghese. La situazione quindi è grave, economicamente un tracollo, poiché non avendo entrate fiscali, l’unico sostentamento consistente è la vendita del petrolio; ma essendo l’oro nero usato anche come elemento di scambio e strumento di egemonia nei confronti degli altri paesi del continente e del Caribe, non tutto quello che viene estratto dà rendita. Di conseguenza il patrimonio statale è inferiore alla spesa sociale. Questa ultima voce è fondamentale, perché rappresenta il mezzo con il quale si evitano le rivolte popolari [vedi <em>Caracazo</em>, 27 febbraio 1989]. Il presidente Chavez ha indottrinato le persone dei <em>barrios</em>, ossia dei quartieri più poveri e marginali delle città, attraverso le missioni di alfabetizzazione, e le ha abituate a campare di clientelismo: intascano soldi per frequentare le missioni, per partecipare alle manifestazioni, agli assalti armati, per votare e far votare, per essere disoccupati, per avere un certo numero di figli.</p>
<p>L’inflazione, che il Governo tenta goffamente di celare attraverso fittizi dati statistici e con l’invenzione (dal 2002) della nuova moneta, il Bolivar Fuerte; è altissima e la moneta perde potere d’acquisto, per cui comprare cibo è sempre più difficile.</p>
<p>La politica urbanistica del regime, che si dice spinta da sentimenti di uguaglianza e risanamento sociale, favorisce il fenomeno delle<em> invasiones </em>(invasioni): le famiglie con scarse risorse e senza reddito, che necessitano una abitazione, per avere una terra dove stabilirsi ed erigere una edificazione che funga da dimora, con regolarità, invadono terreni di proprietà privata e seguono crescendo e sviluppandosi in questi tuguri di latta senza che lo Stato provveda ai servizi minimi necessari, come acqua, luce e scarico. Il governo alimenta questo fenomeno e i <em>barrios</em> crescono a dismisura ai margini delle città, oltre il 40% della popolazione venezuelana e sudamericana in generale vive in queste condizioni di estremo disagio, dove l’unica fonte sicura di lucro e di morte è il commercio della droga. Lo Stato non fa nulla per migliorare la situazione di questa porzione della popolazione. E il suo livello di militarizzazione non garantisce neanche il minimo di sicurezza: ogni settimana muoiono fra le 80 e le 120 persone nel <em>barrio</em>, nel resto della città si riversano i <em>malandros</em> di questi quartieri per uccidere, rubare e sequestrare gli altri indifesi abitanti. Addirittura per alcuni modelli di auto, non vengono stipulate polizze assicurative, tanto è alta la frequenza di scippi, e stiamo parlando ad esempio della ultima Opel Corsa.</p>
<p>Il mio soggiorno in Venezuela è scandito dai frequenti <em>black out </em>o dalle improvvise interruzioni dell’approvvigionamento di acqua corrente, dovuti al cattivo stato delle reti e alla totale mancanza di manutenzione.</p>
<p>Insomma, la vita è dura nel paese dove il prezzo dell’acqua è tre volte superiore a quello della benzina. Chi interverrà per risollevare questa situazione, il giorno che i venezuelani avranno finalmente il bavaglio, se in Italia e in Europa continua il regime delle menzogne e dell’omertà?</p>
<p><em>autore: Latinoamericana</em></p>
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		<title>Chavez a Venezia: l’Italia continua a dare scandalo.</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 21:35:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ho letto i periodici on-line e ho visto le immagini della sfilata del presidente Hugo Chavez e del regista americano Oliver Stone al festival del cinema di Venezia. Un senso di indignazione mi ha soffocato, fino a togliermi il respiro dalla rabbia. Cerco quindi di vomitare in maniera composta, tutto il disprezzo per quella sceneggiata [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=latinoamericana.wordpress.com&amp;blog=9035994&amp;post=75&amp;subd=latinoamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto i periodici on-line e ho visto le immagini della sfilata del presidente Hugo Chavez e del regista americano Oliver Stone al festival del cinema di Venezia. Un senso di indignazione mi ha soffocato, fino a togliermi il respiro dalla rabbia. Cerco quindi di vomitare in maniera composta, tutto il disprezzo per quella sceneggiata sul tappeto rosso, che poteva avere come sfondo solo il paesaggio italiano. D&#8217;altronde è ben nota la nostra propensione ad adorare i gorilla sudamericani, da Karol Józef Wojtyła, o per i più superstiziosi Giovanni Paolo II, capo di Stato e forse la più importante e influente figura spirituale del secolo scorso, che , nel 1993, stringeva calorosamente la mano insanguinata di Augusto Pinochet, il dittatore del Cile, e scriveva senza pudore <em>«Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d&#8217;oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale. Giovanni Paolo II.»</em> ricordando la visita pastorale organizzata da Sodano nel ‘78 a Santiago del Cile <em>«il compito di far pervenire a Sua Eccellenza e alla sua distinta sposa l&#8217;autografo pontificio qui accluso, come espressione di particolare benevolenza. Sua Santità conserva il commosso ricordo del suo incontro con i membri della sua famiglia in occasione della sua straordinaria visita pastorale in Cile, l&#8217;espressione della mia più alta e distinta considerazione»</em>; citiamo anche il sodalizio che unisce Silvio Berlusconi, il nostro pluricondannato corrotto premier italiano, con i criminali di guerra Vladimir Putin e George W. Bush jr.; il riconoscimento a Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone Ordine al Merito della Repubblica Italiana che il democristiano Giuseppe Pella nel 1953 conferisce all’allora dittatore del Venezuela Marcos Pérez Jimenez; la loggia massonica italiana P2 che manovrò il golpe in Argentina del 1976, nell’ambito dei terribili misfatti della <em>Guerra sucia</em> (la guerra sporca), come è meglio nota da quelle parti, con 30 mila <em>desaparecidos</em> che vennero imprigionati, torturati e barbaramente uccisi. Per finire si dovrebbe menzionare che il nuovo pupazzo americano alla presidenza, forzata, dell’Honduras, Roberto Micheletti, ha il suo bel passaporto italiano. Se le cose andassero male, là nel centro America, certamente noi saremo pronti ad accoglierlo.</p>
<p>Ma l’Italia si sa, è un paese dalla memoria corta, dove la delinquenza, la corruzione, l’immoralità, l’ingiustizia, l’iniquità, la scorrettezza, la slealtà, la dissolutezza, la doppiezza, la falsità, la frode, l’illegalità, la malafede, la perdizione, la prevaricazione, il vizio, la criminalità,  l’inganno, il tradimento, la depravazione, il peccato, l’illecito, la malversazione, il malcostume, sono tutti sinonimi di “italianità”. Non ci ricordiamo di essere un paese democratico, finché non perdiamo la possibilità di votare, e i fasti che il genio della nostra terra ha donato al mondo non ci appartengono più ormai. La progenie dei Romani, del rinascimento, dei grandi pensatori del meridione, dei santi e dei navigatori non vive neanche di quella luce riflessa. L’Italia di oggi si agita in una baraonda che è solo un brutto riflesso di quei tempi andati. Questo paese che è in coma, è già pronto al lutto, e lo si vede ad esempio in queste occasioni, nella fastosa e gioiosa accoglienza che ha abbracciato il dittatore del Venezuela Hugo Chavez. Lì sul tappeto rosso, nell’incontro con un’altra divertente figura retorica, il comunista americano Oliver Stone, ci siamo dimenticati che i dittatori di qualsiasi bandiera non si possono e non si debbono mistificare. I periodici italiani, con mia somma delusione e sorpresa, non si sono neanche sprecati a chiedersi da dove spuntassero quelle festanti bandiere rosse di benvenuto, visto che l’aria in Italia ora è ben diversa, e tira da tutt’altro fronte, ma la cosa più scandalosa è che non hanno neanche accennato alla marcia mondiale del 4 settembre conto Chavez e alla schiavitù della fame che soffoca il popolo venezuelano. Perché Chavez è un dittatore?</p>
<p>Il presidente del Venezuela, sta cambiando a suo favore la costituzione, ha un parlamento con un unico partito rappresentato, il PSUV; ha nazionalizzato tutte le imprese e su tutti specialmente quelle petrolifere, cosa che ha portato lo Stato a non avere più entrate dalle imposte, e a sobbarcarsi l’enorme spesa sociale, quindi per dirla breve l’inflazione è alle stelle, fare la spesa è impossibile, perché la moneta non ha potere d’acquisto, di conseguenza vivere è un’ardua sfida. Perché Oliver Stone non apre un bel conto corrente presso una qualsiasi banca nazionalizzata in Venezuela? Penso perché sa bene che non ci troverebbe più un soldo in quei buchi neri.</p>
<p>Anche il vero spirito del socialismo, cioè il riscatto dei più deboli e dei più poveri, è stato totalmente tradito da una politica che favorisce il fenomeno delle<em> invasiones </em>(invasioni): le famiglie con scarse risorse e senza reddito, che necessitano una abitazione, per avere una terra dove stabilirsi ed erigere una edificazione che funga da dimora, con regolarità, invadono terreni. Per esercitare questa azione si raggruppano, d’altronde questo è l’espediente che di fronte alle avversità, i poveri adottano per cercare di alleviare le proprie penurie. Il governo alimenta questo fenomeno e i <em>barrios</em> (quartieri più poveri) crescono a dismisura ai margini delle città, oltre il 40% della popolazione venezuelana e sudamericana in generale vive in queste condizioni di estremo disagio.</p>
<p>Per questo Chavez è un dittatore. Ho molto altro materiale sul quale il signor Oliver Stone potrebbe documentarsi, o forse questo è sufficiente?</p>
<p><em>autore: Latinoamericana</em></p>
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		<title>Venezuela e Colombia alla guerra di frontiera.</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 13:49:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>latinoamericana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Colombia y Venezuela]]></category>
		<category><![CDATA[Chavez]]></category>
		<category><![CDATA[Colombia]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo]]></category>
		<category><![CDATA[Sudamerica]]></category>
		<category><![CDATA[Tàchira]]></category>
		<category><![CDATA[Uribe]]></category>
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		<description><![CDATA[Clima torrido nel Tàchira. È scontro vero, fra chi si prodiga nel cercare una soluzione per sanare questa storica rottura, e chi getta benzina sulle fiamme della polemica. I primi cercano di venire in soccorso alle esigenze delle città della zona andina, che al di là di ogni bandiera si sono sviluppate con il commercio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=latinoamericana.wordpress.com&amp;blog=9035994&amp;post=72&amp;subd=latinoamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Clima torrido nel Tàchira. È scontro vero, fra chi si prodiga nel cercare una soluzione per sanare questa storica rottura, e chi getta benzina sulle fiamme della polemica. I primi cercano di venire in soccorso alle esigenze delle città della zona andina, che al di là di ogni bandiera si sono sviluppate con il commercio bilaterale; A Cùcuta è arrivato lunedì Uribe, per portare conforto alle persone più disagiate, affermando che la città ha il diritto di vivere in fratellanza con i venezuelani. Sono servite sei lunghe ore di conferenza per giustificare le trattative in corso con gli Stati Uniti: “la politica internazionale della Colombia è fermamente rivolta alla lotta contro il terrorismo e il narcotraffico. I terroristi si sono convertiti nei distruttori della decentralizzazione: assassinano sindaci, giornalisti, funzionari pubblici, forze dell’ordine, nel tentativo di penetrare nei governi regionali, per controllare il traffico di cocaina, recando danno principalmente al popolo. I Cartelli sottomettono politici, muovono paramilitari e la guerriglia (l’esercito non regolare della FARC ad esempio)”. Devolvere l’IVA sugli acquisti dei turisti per  resuscitare l’economia della regione neogranadina, è stata la prima risposta al problematico futuro che si prospetta all’orizzonte dei monti andini.</p>
<p>”Vivere”, è proprio questo il problema. Rafael Ramirez, ministro de <em>Energìa y Petroleo</em>, incalza invece con il pugno di ferro. Non verrà rinnovato l’accordo biennale, scaduto questo martedì, per l’erogazione e il commercio di petrolio fra i due paesi, raggiungeranno il Tàchira, da tutto il paese,  120 nuove unità della <em>Fuerza Armada</em> e della <em>Guardia Nacional</em> e 50 mila pattuglie di squadristi “rossi” dislocati in 700 punti di controllo, per arginare definitivamente il contrabbando di combustibile. Alì Rodriguez, altro uomo-chiave del governo <em>chavista</em>, membro del bureau politico del <em>Partido Socialista Unido de Venezuela</em> (PSUV, il partito-nazione del presidente) già segretario dell’OPEC (organizzazione mondiale dei paesi produttori di petrolio), minaccia lo scontro frontale agli Stati Uniti: martedì ha affermato che “il Venezuela è preparato per un conflitto armato”. Sono in corso di installazione 100 “basi per la pace”, con l’ordine di respingere qualsiasi eventuale tentativo statunitense di estendere la lotta alla FARC, al di là della frontiera. A causa della precaria situazione di sicurezza nelle ultime due decadi, già 5 milioni di colombiani si sono rifugiati nel Venezuela.</p>
<p>Il gorilla rosso alza la voce, ma la guerra è ben lontana.</p>
<p><em>autore: Latinoamericana</em></p>
<p><em>Fonti: Diario la Nacion, San Cristòbal</em></p>
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		<title>I golpe bianchi del Duemila meno sangue, stesso terrore</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 01:50:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>latinoamericana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica estera Latinoamerica]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura]]></category>
		<category><![CDATA[golpe]]></category>
		<category><![CDATA[Sudamerica]]></category>

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		<description><![CDATA[Con l&#8217;uniforme militare e la pistola in pugno, ma senza la baionetta insanguinata al fianco, torna sulla scena un vecchio compagno di strada del Novecento, il colpo di Stato. Quello avvenuto in Honduras somiglia ad una congiura di palazzo più che al classico golpe centro e sud-americano con il suo seguito inesorabile &#8211; il Terrore [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=latinoamericana.wordpress.com&amp;blog=9035994&amp;post=63&amp;subd=latinoamericana&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con l&#8217;uniforme militare e la pistola in pugno, ma senza la baionetta insanguinata al fianco, torna sulla scena un vecchio compagno di strada del Novecento, il colpo di Stato. Quello avvenuto in Honduras somiglia ad una congiura di palazzo più che al classico golpe centro e sud-americano con il suo seguito inesorabile &#8211; il Terrore mediante tortura, sparizioni di oppositori, liquidazione fisica del gruppo dirigente avversario.<br />
È un golpe bianco, quasi incruento, postmoderno, tutt&#8217;altra cosa dalle macellerie degli anni Settanta, l&#8217;Argentina, il Cile, la Bolivia. Ma non per questo risulta accettabile alla comunità internazionale.</p>
<p>Vent&#8217;anni fa, al tempo della Guerra fredda, i generali honduregni non avrebbero faticato a trovare comprensione al Pentagono, che allevava nelle sue accademie le caste militari sudamericane, e nelle destre europee, benevole verso chiunque combattesse le sinistre massimaliste. Oggi quei militari non suscitano simpatie in alcuno tra i governi occidentali. Tantomeno a Washington, severa nel condannare la deposizione del presidente legittimo.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo, costretto all&#8217;esilio, riceve la solidarietà simbolica delle Nazioni Unite e quella, più pesante, dell&#8217;amministrazione Obama. È il segno che il colpo di Stato è un genere ormai fuori corso, o perlomeno circoscritto ai Paesi di quello che è ancora Terzo mondo? In apparenza è così.</p>
<p>Le nazioni che negli ultimi anni hanno visto militari o milizie rivoluzionarie tentare di prendere il potere sono quasi tutte poverissime (Mauritania, Guinea-Bissau, Somalia, per stare agli esempi più recenti). Per trovare un golpista occidentale bisogna tornare al 1981, quando un pagliaccesco colonnello spagnolo, Antonio Tejero, irruppe nel parlamento insieme ad un gruppo di guardias civiles (si arresero poche ore dopo, senza sparare un colpo). Ovunque nel mondo sviluppato le corporazioni militari non sono più ideologizzate come durante il conflitto tra i Blocchi, quando si attribuivano anche il compito, teorico o fattuale, di combattere il &#8220;nemico interno&#8221;; e la partecipazione alle missioni internazionali ha cambiato nel profondo la loro cultura, immettendovi il valore dei diritti umani e una sensibilità &#8220;politica&#8221; prima assente.</p>
<p>Per tutto questo si potrebbe dar ragione a Francis Fukuyama, lo spericolato ricercatore della Rand corporation che teorizzò come definitivo l&#8217;avvento delle democrazie liberali. L&#8217;inarrestabile espandersi del parlamentarismo, sosteneva, avrebbe inevitabilmente attenuato la violenza dei conflitti, costringendoli dentro un sistema di regole e di rappresentazioni politiche (quello che Fukuyama chiamava La fine della storia, dal titolo del suo saggio più controverso). L&#8217;esplosione dell&#8217;aggressività islamista e la tenace virulenza dei conflitti etnici ha smentito questa profezia.</p>
<p>Ma conti alla mano, è indubbio che dalla fine della Guerra fredda le democrazie parlamentari siano cresciute di numero e i colpi di stato siano diminuiti di conseguenza. Tuttavia il panorama è meno rassicurante di quanto appaia. Innanzitutto, non è detto che una democrazia sgangherata, dove la maggioranza dominante infligga soprusi e arbitri alle minoranze e agli uomini liberi, sia peggiore di un dispotismo illuminato e di breve durata.<br />
L&#8217;amministrazione Clinton si pose questo problema alla fine degli anni Novanta, quando decise di non osteggiare, e poi di favorire, il regime insediato dal colpo di stato del generale Musharraf. Per una sorta di &#8220;realismo liberal&#8221; si ritenne che quella soluzione dichiaratamente transitoria avrebbe risparmiato al Paese un caos sanguinolento e una deriva totalitaria. All&#8217;inizio la scommessa sembrò pagare. Ma con il tempo emersero poderose controindicazioni. Avendo assaggiato il miele del potere, i generali si dimostrarono restii a mollare la presa. E dovendo comunque costruirsi un consenso, lo patteggiarono con un alleato assai pericoloso, l&#8217;islamismo.<br />
Ancor più pressante è la questione che pongono, ad esempio, le elezioni iraniane: i colpi di Stato più efficaci, oggi, non sembrano colpi di Stato. Non si affidano ai carriarmati né alle violenze plateali del passato. Non coinvolgono caste militari. I metodi sono più subdoli, meno appariscenti: brogli elettorali massicci, l&#8217;asservimento della magistratura e dei media, il ricorso ai più vari strumenti di intimidazione&#8230; E il tutto all&#8217;interno di una cornice formale non totalitaria, e di un sistema che mantiene perfino tratti &#8220;democratici&#8221;, purché innocui per il potere. Quando apparve nei Balcani (a Belgrado, a Zagabria), questo ambiguo miscuglio di stato di polizia e di parlamentarismo fu chiamato &#8220;democratura&#8221; da uno scrittore croato, Predrag Matvejevic. In futuro potremmo scoprire che la &#8220;democratura&#8221; non è un genere transitorio, una fase di passaggio, ma un sistema a sé, con proprie regole e una vitalità contagiosa.</p>
<p><em>fonti: Guido Rampoldi, la Repubblica, 03 luglio 2009</em></p>
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